L’attuale normativa nazionale prevede che uno dei requisiti minimi organizzativi di strutture come le RSSA sia “la stesura di un piano di assistenza individualizzato che corrisponde ai problemi/bisogni identificati” mediante una valutazione multidimensionale che viene realizzata anche con l’uso di strumenti validati dei problemi/bisogni sanitari, cognitivi, psicologici e sociali dell’ospite sia al momento dell’ammissione sia con cadenza periodica. Tale piano di assistenza individuale è definito PAI ed implica quindi, per ogni struttura, un processo di attenzione che ha inizio al momento dell’ingresso di un ospite in struttura e che richiede un approccio interdisciplinare fra i diversi operatori.

Il PAI rappresenta uno strumento di sintesi che include gli aspetti clinico-sanitari di competenza medica, la valutazione sia dei bisogni assistenziali di competenza dell’Infermiere Professionale e degli operatori socio-sanitari, sia dei bisogni di riattivazione motoria di competenza del fisioterapista sia delle esigenze personali, relazionali e di socializzazione che competono a figure professionali quali l’animatore, l’educatore, l’assistente sociale e lo psicologo.

Dirigiamo ora il focus della nostra attenzione sullo psicologo e sulle sue funzioni all’interno delle RSSA. Al momento di ingresso viene effettuato un primo colloquio conoscitivo con la famiglia, poi si valutano  eventuali problemi cognitivi, affettivi e relazionali attraverso colloqui individuali, utilizzo di test neuropsicologici, osservazione e conduzione di attività di gruppo. Viene quindi, eseguita una valutazione neuropsicologica. Dopo la raccolta delle informazioni in relazione alla storia medica, psicologica e cognitiva dell’individuo, vengono somministrati al paziente il Mini Mental State Examination (MMSE, Folstein M.F. et al., 1975) che esamina le funzioni cognitive globali ed una serie successiva di prove che sono finalizzate a valutare la prestazione del paziente attraverso un’analisi sia quantitativa sia qualitativa. Tali prove  valutano diverse funzioni cognitive relative ai domini dell’attenzione e della ricerca visuo-spaziale, della memoria, delle funzioni esecutive, del riconoscimento percettivo, della produzione e della comprensione del linguaggio e del ragionamento.  Si esegue poi, un’indagine relativa alle autonomie del paziente attraverso ADL (Activities of Daily Living), IADL  (Instrumental Activities of Daily Living) e Barthel Index. Nella realizzazione di tale indagine, risulta essere fondamentale il confronto con gli operatori socio-assistenziali che si occupano quotidianamente della cura e dell’igiene dei pazienti e che sono quindi in grado di fornire preziose informazioni circa questi aspetti. In questo processo un’altra figura professionale svolge una funzione di estrema importanza: si tratta dell’assistente sociale che si occupa dell’analisi del contesto socio-ambientale e familiare di riferimento. Rappresenta quindi un punto di raccordo tra la struttura, le famiglie ed i servizi territoriali.

Oltre ad una valutazione neuropsicologica e delle autonomie, viene svolta anche una valutazione dei comportamenti degli individui e degli eventuali disturbi comportamentali che essi presentano. Infatti da numerosi studi trasversali e longitudinali che sono stati effettuati su casistiche ampie è emerso che le varie forme di demenza, in particolare quelle degenerative, risultano essere associate oltre che a particolari pattern di compromissione cognitiva, a specifici profili comportamentali derivanti dalle particolari alterazioni neuropatologiche. Nello specifico, sono stati individuati dagli studiosi, determinati disturbi psico-comportamentali in tali patologie che sono indicati con la sigla BPSD (Behavioural and Psycological Symptoms of Dementia). Essi sono rilevabili attraverso il Neuropsychiatric Inventory (NPI) e sono rappresentati da deliri, allucinazioni, agitazione, depressione, ansia, euforia, apatia, disinibizione, irritabilità, anomalie motorie, disturbi del sonno e disturbi dell’alimentazione. Viene quindi stilata una relazione corredata di una tabella con l’elenco delle prove eseguite con i relativi punteggi grezzi e la loro collocazione rispetto al campione di riferimento. Nella parte finale della relazione vi sono le conclusioni sul profilo cognitivo emerso, le ipotesi diagnostiche e prognostiche e i suggerimenti riabilitativi. In seguito alle valutazioni si predispongono gli interventi di sostegno per il recupero o il mantenimento delle abilità cognitive e relazionali.

Si offre inoltre, uno spazio di ascolto e di elaborazione delle problematiche legate all’invecchiamento. Esso è diretto ai familiari che quotidianamente si recano in struttura per far visita ai propri cari. Vengono effettuati con loro dei colloqui informali che presentano scopi differenti. In primis essi servono a trasmettere informazioni circa la patologia e la sua evoluzione; in secondo luogo, essi offrono un momento di ascolto riservato, empatico e non giudicante che è finalizzato all’accoglimento e al supporto. Si tratta di uno spazio in cui, sulla base delle necessità di ciascun individuo, si aiutano i caregivers a prendere contatto con le proprie dinamiche intrapsichiche e interpersonali. È importante che essi facciano chiarezza dentro di sé e nelle proprie emozioni al fine di riuscire ad acquisire una maggiore consapevolezza della malattia dei propri cari e di riappropriarsi dei propri bisogni.

Per quanto concerne invece, le azioni di sostegno per il recupero o il mantenimento delle abilità cognitive e relazionali, è fondamentale affermare che mantenere i pazienti occupati in attività che essi gradiscono, è terapeutico di per sé; mantenere impegnati i pazienti affetti da demenza consente ai neuroni ancora vivi di continuare a vivere grazie alla stimolazione e facilita la formazione di una piccola riserva cerebrale. Infatti i pazienti affetti da demenza sono ancora in grado di apprendere e di formare nuovi collegamenti. È noto come sia possibile lavorare sulla memoria procedurale ed implicita, sugli automatismi, sulla memoria emotiva. Naturalmente questo processo non è in grado di compensare interamente la degenerazione data dalla malattia, ma la contrasta consentendo una serie di benefici. Le finalità di tali interventi sono quindi, molteplici e sono sia di carattere psicologico che cognitivo oltre che connesse al favorire la socializzazione.

 

Dott.ssa Luigia Tatiana Porcelli